{"id":135919,"date":"2021-05-26T17:59:07","date_gmt":"2021-05-26T15:59:07","guid":{"rendered":"https:\/\/www.shavei.org\/blog\/2021\/05\/26\/i-segreti-di-400-anni-delle-femministe-ebree-italiane\/"},"modified":"2021-05-26T17:59:07","modified_gmt":"2021-05-26T15:59:07","slug":"i-segreti-di-400-anni-delle-femministe-ebree-italiane","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.shavei.org\/it\/blog\/2021\/05\/26\/i-segreti-di-400-anni-delle-femministe-ebree-italiane\/","title":{"rendered":"I segreti di 400 anni delle femministe ebree italiane."},"content":{"rendered":"\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/anousimitalia.shavei.org\/wp-content\/uploads\/2020\/01\/image.png?fit=840%2C358\" alt=\"\" class=\"wp-image-8077\"\/><figcaption> La curatrice Anastazja Buttitta si trova di fronte a un manufatto nella mostra &#8220;Warp &amp; Weft&#8221; presso il Museo di arte ebraica italiana Umberto Nahon, a Gerusalemme.&nbsp;<br>Credit: Emil Salman <\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/www.haaretz.com\/life\/.premium.MAGAZINE-the-secrets-of-italy-s-jewish-feminists-told-in-israel-for-the-first-time-1.8400120\">Vedi l&#8217;articolo originale di Haaretz<\/a><\/p>\n\n\n\n<p>La mostra di Gerusalemme mette in evidenza come le donne ebree italiane dal 16 ? secolo in poi trasformarono l&#8217;abbigliamento quotidiano in oggetti sacri, trasformando le loro comunit? lungo il cammino.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel 1620, una Rachel Olivetti &#8211; figlia di un&#8217;aristocratica famiglia ebrea italiana &#8211; spos? il suo fidanzato Giuda Leone, della rinomata discendenza di Montefiore.&nbsp;Prima che la coppia si sposasse, Olivetti decise di realizzare un regalo per la famiglia dei suoi promessi sposi: un elaborato parochet ricamato a mano (tenda dell&#8217;arca della Torah) realizzato con tessuti pregiati nei toni del rosso scuro e dell&#8217;oro.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma il gesto di Olivetti non fin? qui.&nbsp;In un atto femminista che era quasi impensabile per il momento, ricam? una poesia che correva orgogliosamente lungo la lunghezza del parochet esaltando il matrimonio come &#8220;un giorno importante per i Montefiores&#8221;, perch? lei, Rachel del clan Olivetti, stava entrando nella loro famiglia.<\/p>\n\n\n\n<p>Cinque secoli dopo, l&#8217;affermazione audace inscritta circa 425 anni prima che alle donne in Italia fosse concesso di votare &#8211; pu? ancora essere emessa sul distinto manufatto prodotto da Olivetti.<\/p>\n\n\n\n<p>Quasi completamente intatto, il parochet Olivetti-Montefiore ? appeso in una stanza scarsamente illuminata nel cuore di&nbsp;<a href=\"https:\/\/www.haaretz.com\/misc\/tags\/TAG-jerusalem-1.5598985\">Gerusalemme<\/a>&nbsp;.&nbsp;? uno dei tanti centrotavola rari e antichi attualmente in mostra in ?Warp &amp; Weft: Women as Custodians of Jewish Heritage in Italy?, al Museo di arte ebraica italiana Umberto Nahon.&nbsp;(La mostra prende il nome da una tecnica di tessitura di base.)<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.haaretz.com\/polopoly_fs\/1.8400107.1578998237!\/image\/446553127.jpg_gen\/derivatives\/fullscreen_1104xAuto\/446553127.jpg\" alt=\"\"\/><\/figure>\n\n\n\n<p><strong>Manufatti alla mostra ?Warp &amp; Weft: Women as Custodians of Jewish Heritage in Italy? a Gerusalemme.&nbsp;Emil Salman <\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>La mostra racconta le storie dimenticate di Olivetti e di innumerevoli altre donne ebree italiane come lei che si sono rivolte all&#8217;intricata arte del ricamo e del lavoro tessile per emanciparsi.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Mistero femminista<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Apparentemente Olivetti non era l&#8217;unica donna che osava firmare il suo nome su tessuti cerimoniali usati a fini religiosi.&nbsp;La curatrice del museo Anastazja Buttitta racconta ad Haaretz che le pi? antiche conosciute in Italia risalgono alla fine del XVI secolo &#8211; e ognuna di esse era firmata da una donna. Buttitta, che ha condotto ampie ricerche sull&#8217;argomento, afferma che i tessuti firmati sono stati prodotti principalmente nelle comunit? ebraiche italiane.&nbsp;&#8220;Resta un mistero il motivo per cui l&#8217;hanno fatto e perch? in Italia di tutti i posti&#8221;, dice.&nbsp;&#8220;Penso che forse lo abbiano fatto perch? sapevano quanto fosse importante il loro ruolo nel rituale.&#8221; <\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.haaretz.com\/polopoly_fs\/1.8400779.1579016763!\/image\/3880096139.jpg_gen\/derivatives\/fullscreen_1104xAuto\/3880096139.jpg\" alt=\"\"\/><figcaption> <strong>La curatrice Anastazja Buttitta punta a un manufatto al Museo di arte ebraica italiana Umberto Nahon a Gerusalemme.<\/strong> <\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>Una passeggiata attraverso le quattro sale della mostra, che presentano una serie di manufatti tessili progettati e prodotti da donne ebree italiane nel corso dei secoli, indica che il loro contributo alla vita religiosa delle loro comunit? ? stato davvero significativo.<\/p>\n\n\n\n<p>Spesso, spiega Buttitta, le donne prendevano oggetti di abbigliamento quotidiani per i quali non servivano pi? e li trasformavano in pratici oggetti religiosi &#8211; come i parochot e i meilim (mantelli della Torah) &#8211; che poi donavano alle loro sinagoghe locali.<\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;Questo ? qualcosa che era comune in tutta Europa, anche nel mondo cristiano&#8221;, afferma Buttitta.&nbsp;?Poich? i tessuti erano estremamente costosi, non venivano mai buttati via a meno che non fossero completamente consumati.&nbsp;Quindi ci? che veniva spesso fatto era che abiti o altri indumenti venivano riutilizzati e trasferiti nel luogo sacro. &#8220;<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.haaretz.com\/polopoly_fs\/1.8400118.1579004642!\/image\/3349590242.jpg_gen\/derivatives\/fullscreen_310xAuto\/3349590242.jpg\" alt=\"\"\/><figcaption><strong>Curatrice del museo Anastazja Buttitta.&nbsp;Dice dei tessuti firmati nelle comunit? ebraiche italiane: &#8220;Penso che forse lo abbiano fatto perch? sapevano quanto fosse importante il loro ruolo nel rituale&#8221;.<\/strong><\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>Nel giudaismo, questa pratica ha un termine speciale: ha&#8217;ala bakodesh (&#8220;Rising to santity&#8221;).&nbsp;Il curatore chiarisce che significa &#8220;l&#8217;elevazione nella santit? di un oggetto profano e banale.&nbsp;Questa elevazione ? incredibile perch? in realt? passava attraverso le mani delle donne ?, osserva.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Sostenere l&#8217;economia<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Le donne ebree italiane non stavano semplicemente fornendo oggetti utili alle loro sinagoghe, dice Buttitta.&nbsp;Hanno anche avuto un ruolo cruciale nel plasmare l&#8217;economia delle loro famiglie e talvolta delle loro intere comunit?.&nbsp;&#8220;Agli ebrei italiani furono concesse solo poche professioni [tra il XVI e il XVII secolo], e una di queste doveva essere commerciante di tessuti&#8221;, afferma.&nbsp;?Queste donne avevano un facile accesso ai tessuti provenienti da tutta Europa ed erano cruciali per l&#8217;economia delle loro comunit?.&nbsp;Pi? tardi, durante il XVIII e il XIX secolo, attraverso la produzione di ricami e pizzi sostenevano davvero l&#8217;economia delle loro famiglie e l&#8217;economia delle comunit? ?.<br> Buttitta, anch&#8217;essa ebrea siciliana, venne in Israele per collegarsi alle sue radici ebraiche e perseguire il suo dottorato all&#8217;Universit? Ben-Gurion del Negev, Be&#8217;er Sheva.&nbsp;Nel 2018 ha scritto la sua tesi di laurea sui gioielli del Rinascimento a Venezia, interpretandola sia dal punto di vista artistico che sociale. <\/p>\n\n\n\n<p>Quando ha ricevuto l&#8217;invito a curare il Museo Nahon, sapeva di voler mettere insieme una mostra che avrebbe presentato ?una prospettiva chiara e focalizzata sul ruolo delle donne ebree italiane.&nbsp;Non volevo parlare della societ? ebraica italiana in generale;&nbsp;Sapevo che dovevo concentrarmi su un argomento specifico.&nbsp;Sapevo che le donne ebree italiane avevano un ruolo specifico e che era diverso dal mondo&nbsp;<a href=\"https:\/\/www.haaretz.com\/misc\/tags\/TAG-ashkenazi-1.5599192\">Ashkenazi<\/a>&nbsp;e&nbsp;<a href=\"https:\/\/www.haaretz.com\/misc\/tags\/TAG-sephardic-1.5599044\">Sephardi<\/a>&nbsp;?.<ins><\/ins><\/p>\n\n\n\n<p>Alla domanda sul perch? le donne italiane sembravano essere pi? indipendenti dal punto di vista professionale e finanziario rispetto ai loro contemporanei ebrei&nbsp;<a href=\"https:\/\/www.haaretz.com\/misc\/tags\/TAG-europe-jews-1.5599038\">altrove in Europa<\/a>&nbsp;, Buttitta suggerisce che era il risultato della &#8220;societ? umanistica in cui vivevano&#8221;.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma non tutti hanno apprezzato l&#8217;indipendenza di queste donne, afferma il curatore: &#8220;? noto che ci sono stati molti conflitti all&#8217;interno delle comunit? ebraiche italiane a causa dell&#8217;emancipazione femminile&#8221;.<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;intraprendenza di alcune donne ? andata oltre i confini delle loro comunit?.&nbsp;Un esempio cita Buttitta, che ha scoperto attraverso la ricerca condotta da Luisa Levi D&#8217;Ancona (ricercatrice presso il Forum europeo all&#8217;universit? ebraica), ? la storia dei filantropi del XIX secolo Virginia Nathan e Alice Franchetti: hanno fondato due tessuti professionali laboratori per povere casalinghe cristiane in Toscana.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.haaretz.com\/polopoly_fs\/1.8400109.1578998412!\/image\/446553127.jpg_gen\/derivatives\/fullscreen_1104xAuto\/446553127.jpg\" alt=\"\"\/><figcaption>Manufatti in mostra alla mostra &#8220;Warp &amp; Weft: Women as Custodians of Jewish Heritage in Italy&#8221;&nbsp;Emil Salman<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>L&#8217;influenza delle donne differiva in ogni citt? italiana, dice Buttitta.&nbsp;?Ogni comunit? ebraica italiana ? diversa dalle altre, perch? ogni citt? italiana era diversa in termini di societ?, tradizioni, stile e arte.&nbsp;Sappiamo che a Venezia le donne hanno avuto un ruolo molto importante, ad esempio, e questo ha influenzato le donne ebree italiane a Venezia. ?<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Maneggiare con cura<\/strong><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.haaretz.com\/polopoly_fs\/1.8400731.1579016996!\/image\/606427827.jpg_gen\/derivatives\/fullscreen_310xAuto\/606427827.jpg\" alt=\"\"\/><figcaption>Un lavandino ornato portato da una sinagoga in disuso vicino a Venezia, in Italia, e ora parte del Museo di arte ebraica italiana Umberto Nahon.<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>La mostra mira inoltre a fornire uno sguardo completo ai rituali e alle responsabilit? delle donne raccontando le storie dei loro matrimoni, educazione dei figli e lavoro professionale nel settore tessile.<\/p>\n\n\n\n<p>Ogni manufatto rappresenta una storia personale.&nbsp;Ad esempio, un piccolo mantello della Torah di Venezia fu firmato nel 1776 da una donna di nome Rivka Chefetz.&nbsp;?? realizzato con tessuti francesi di tendenza negli anni 1730 e 1740.&nbsp;Il meil ? molto utile per noi per capire molte cose &#8220;, dice Buttitta.&nbsp;?Grazie ad esso, sappiamo che questo tessuto ? stato riutilizzato circa 30 anni dopo la sua creazione.&nbsp;Probabilmente non era pi? di moda, quindi [Chefetz] lo ha consegnato alla sinagoga e attraverso l&#8217;ha&#8217;ala bakodesh, ? diventato un meil ?.<\/p>\n\n\n\n<p>Mostre come questo mantello sono troppo delicate per essere esposte per lunghi periodi di tempo.&nbsp;Shoshana Mandel, l&#8217;esperta di conservazione che ha collaborato con il Nahon Museum per rinnovare alcuni degli articoli, afferma che con i tessuti &#8220;i principali elementi dannosi sono l&#8217;esposizione alla luce e all&#8217;umidit?, nonch? alla temperatura errata&#8221;.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.haaretz.com\/polopoly_fs\/1.8400111.1579015017!\/image\/446553127.jpg_gen\/derivatives\/fullscreen_1104xAuto\/446553127.jpg\" alt=\"\"\/><figcaption>Manufatti in mostra alla mostra &#8220;Warp &amp; Weft: Women as Custodians of Jewish Heritage in Italy&#8221;&nbsp;Emil Salman<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>Lo scopo del suo lavoro ? &#8220;prevenire il deterioramento di oggetti antichi, dare loro una durata di conservazione pi? lunga e mantenere le loro caratteristiche originali&#8221;. Lo fa &#8220;con attenzione attraverso la cucitura&#8221;, che Mandel dice &#8220;richiede l&#8217;uso di simili o identici materiali ?.<\/p>\n\n\n\n<p>Gli oggetti unici in mostra furono tutti recuperati dalle comunit? ebraiche italiane dopo l&#8217;Olocausto e trasferiti in Israele da Umberto Nahon &#8211; un sionista italiano, nato nel 1905, che era emigrato in Palestina obbligatoria nel 1939.<\/p>\n\n\n\n<p>Il prof. Sergio Della Pergola, capo dell&#8217;Associazione degli ebrei italiani in Israele, dice a Haaretz che Nahon aveva fatto della sua missione la raccolta dei segni di vita erosi della comunit? ebraica italiana.&nbsp;Della Pergola spiega che la comunit? ebraica italiana era al suo apice prima della seconda guerra mondiale.&nbsp;&#8220;L&#8217;ebraismo italiano ? probabilmente la pi? antica comunit? ebraica esistente continuamente in Occidente&#8221;, afferma.&nbsp;&#8220;C&#8217;erano ebrei a Roma durante il II secolo a.C. Ci sono stati ebrei l? e in molte altre parti del paese negli ultimi 22 secoli&#8221;.<\/p>\n\n\n\n<p>Prima della guerra, circa 47.000 ebrei italiani vivevano in Italia.&nbsp;Oggi, il loro numero ? stimato in circa 25.000.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.haaretz.com\/polopoly_fs\/1.8400110.1578998503!\/image\/446553127.jpg_gen\/derivatives\/fullscreen_1104xAuto\/446553127.jpg\" alt=\"\"\/><figcaption>Manufatti in mostra alla mostra &#8220;Warp &amp; Weft: Women as Custodians of Jewish Heritage in Italy&#8221;&nbsp;Emil Salman<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>?Nel 1939, il regime fascista ha introdotto leggi che hanno portato all&#8217;espulsione degli ebrei dalle universit?, dall&#8217;esercito, dal commercio, da tutte le professioni.&nbsp;Molti hanno dovuto trovare una soluzione ?, spiega Della Pergola.&nbsp;?Diverse centinaia vennero in Palestina britannica [obbligatoria] tra il 1939 e il 1940, e tra questi c&#8217;erano alcune figure di spicco.&nbsp;Uno di questi era Umberto Nahon.&nbsp;Era molto attivo nell&#8217;agenzia ebraica, molto vicino al [primo primo ministro israeliano] David Ben-Gurion e al [secondo primo ministro israeliano] Moshe Sharett &#8220;.<\/p>\n\n\n\n<p>Alla fine, Nahon fond? la sua collezione &#8211; da tessuti e manoscritti ebraici a ketubah (contratti di matrimonio ebraico) &#8220;che erano firmati anche da donne, che non ? affatto una tradizione comune nelle comunit? Ashkenazi e Sephardi&#8221;, sottolinea il curatore Buttitta.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Un museo vivente<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;oggetto pi? prezioso dell&#8217;intera collezione ? un interno della sinagoga del 17 ? secolo, che Nahon aveva trovato abbandonato in una citt? a 40 chilometri (25 miglia) a nord di Venezia e spedito in Israele in alcune parti.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.haaretz.com\/polopoly_fs\/1.8400417.1579014845!\/image\/2769261859.jpg_gen\/derivatives\/fullscreen_1104xAuto\/2769261859.jpg\" alt=\"\"\/><figcaption>La sinagoga italiana del XVII secolo ricreata al Museo Nahon di Gerusalemme.&nbsp;Nahon lo fece spedire in Israele in alcune parti.&nbsp;Emil Salman<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>Nel 1983, una piazza anonimo nel centro di Gerusalemme ? stata ufficialmente dichiarata la base di una sinagoga funzionante per la comunit? ebraica italiana, che ha diritti sulla collezione Nahon e ha apportato numerosi contributi nel corso degli anni.&nbsp;Questo fatto si rivela controverso per il museo circa 26 anni dopo, quando nei giorni feriali opera principalmente come museo pienamente funzionante e apre le sue porte come sinagoga nei fine settimana e nei giorni festivi.<\/p>\n\n\n\n<p>&#8220;Quasi tutti gli articoli della collezione possono teoricamente essere utilizzati per le funzioni quotidiane&#8221;, afferma Della Pergola.&nbsp;?Abbiamo un accordo, un contratto dettagliato, tra la comunit? e il museo in base al quale la comunit? ha il diritto di utilizzare gli oggetti, a condizione che siano utilizzabili e non troppo fragili.&nbsp;Quindi ? un museo vivente perch? gli oggetti non sono solo per esposizione, vengono utilizzati dal pubblico e quindi riposti nel serbatoio, che ? ben custodito.&nbsp;Dimostra che l&#8217;ebraismo vive ?.<\/p>\n\n\n\n<p>Secondo Della Pergola, la comunit? locale di Gerusalemme &#8211; che conta circa 1.000 membri, molti dei quali sono moderni ortodossi &#8211; ? orgogliosa del museo.&nbsp;Pensa che la mostra &#8220;Warp &amp; Weft&#8221; rappresenti accuratamente &#8220;che il ruolo delle donne ? stato importante entro i limiti storici di un paese che ? piuttosto dominato dal maschile&#8221;.<\/p>\n\n\n\n<p>Nella vita contemporanea in Italia e in Israele, le donne ebree italiane sono &#8220;presenti sulla scena pubblica e nella vita civile&#8221;, continua.&nbsp;?Di recente abbiamo avuto un&#8217;anziana sopravvissuta all&#8217;Olocausto, Liliana Segre, nominata senatrice a vita.&nbsp;? un appuntamento molto prestigioso. ?<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.haaretz.com\/polopoly_fs\/1.8400112.1578998897!\/image\/446553127.jpg_gen\/derivatives\/fullscreen_1104xAuto\/446553127.jpg\" alt=\"\"\/><figcaption>?Warp &amp; Weft: Women as Custodians of Jewish Heritage in Italy?, al Museo di arte ebraica italiana Umberto Nahon.&nbsp;Emil Salman<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>Yonit Kolb Reznitzki, il direttore israeliano del Museo Nahon, ritiene che il museo rifletta questo spirito.&nbsp;?Questo ? un museo femminista.&nbsp;La maggior parte degli impiegati attuali sono donne e penso che non sia una coincidenza.&nbsp;La nostra generazione &#8211; io, Anastazja e altri &#8211; ? una generazione di giocatori.&nbsp;Non aspettiamo che le persone facciano le cose per noi, usciamo e le prendiamo.&nbsp;Penso che sia qualcosa che le donne in Italia hanno gi? capito molti anni fa. &#8220;<\/p>\n\n\n\n<p>Buttitta ? d&#8217;accordo.&nbsp;&#8220;Penso che ci? che ? incredibile sia che non abbiamo usato, nemmeno una volta, le parole&#8221; artisti &#8220;o&#8221; artefatti &#8220;nelle nostre etichette e nei nostri testi.&nbsp;Ma tutte le persone che escono dalla mostra dicono: &#8220;Wow, queste donne erano delle vere artiste&#8221;.&nbsp;Penso che questa sia la cosa pi? importante di questa mostra: che ci consenta di percepire queste donne come artisti, come professionisti, in un momento in cui le donne non avevano molti diritti ?.<\/p>\n\n\n\n<p><em>?Warp &amp; Weft? ? al Museo di arte ebraica italiana Umberto Nahon, a Gerusalemme, fino al 20 gennaio.<\/em><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.haaretz.com\/polopoly_fs\/1.8400106.1578998121!\/image\/446553127.jpg_gen\/derivatives\/fullscreen_1104xAuto\/446553127.jpg\" alt=\"\"\/><figcaption>Manufatti in mostra alla mostra ?Warp &amp; Weft: Women as Custodians of Jewish Heritage in Italy? a Gerusalemme.<\/figcaption><\/figure>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Vedi l&#8217;articolo originale di Haaretz La mostra di Gerusalemme mette in evidenza come le donne ebree italiane dal 16 ? secolo in poi trasformarono l&#8217;abbigliamento quotidiano in oggetti sacri, trasformando le loro comunit? lungo il cammino. 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